Come ho scritto nell’articolo “il design e l’innovazione nell’era della creatività” ritengo che un designer sia innanzitutto un visionario in grado di fornire una spinta innovativa alle aziende grazie alla sua capacità di creare oggetti unici e distintivi. Il suo talento è quello di trasferire concetti che ritiene sostanziali per il progresso, in oggetti, prodotti che siano in grado di incarnarli e di esprimerli completamente.

l’interessante articolo di Pier Pietro Bellini, “Il concept design: il lavoro inventivo del concepteur”, indica chiaramente il ruolo del designer e pone l’accento “…sul processo inventivo che va dall’invisibile (immagini mentali e processi cognitivi) al visibile (segni, oggetti, comportamenti): visibilia ex invisibilibus.”

Condivido il pensiero di Bellini che indica come discipline fondamentali per la buona formazione del designer: la semiotica, l’antropologia, la psicologia e la sociologia, purtroppo in realtà sono poche le scuole di comunicazione visiva e industrial design che sviluppano la didattica basandosi su queste quattro colonne portanti. Oggi a mio parere, nella maggior parte delle scuole, l’investimento principale nella formazione è riservato allo studio degli strumenti e della “tecnica” sicuramente importanti ma non credo determinanti nel panorama competitivo del design del prodotto e della comunicazione.

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